Responsabilità medica: cos’è la perdita di chance di sopravvivenza

Nei casi di responsabilità sanitaria si tende a ragionare in termini netti: o l’errore del medico ha causato la morte, o non c’è risarcimento. La realtà giuridica è più sfumata. Esiste una categoria intermedia, spesso decisiva, che merita di essere conosciuta: la perdita di chance di sopravvivenza.

Di cosa si tratta

La “chance” è una possibilità. Nella responsabilità medica, la perdita di chance di sopravvivenza è la perdita della possibilità — che il paziente aveva — di un decorso migliore: più tempo, un rallentamento della malattia, una maggiore probabilità di un esito favorevole. Non si risarcisce la morte in sé (che si sarebbe forse verificata comunque), ma la possibilità perduta a causa della condotta dei sanitari.

È un bene giuridico autonomo, diverso dalla salute e dalla vita. Per questo viene trattato — e risarcito — con criteri propri.

Cosa dice la giurisprudenza

Una sentenza del Tribunale di Palmi sintetizza bene il concetto e i suoi presupposti:

«La responsabilità della struttura sanitaria sussiste anche per la perdita di chance di sopravvivenza della paziente, intesa come riduzione della possibilità di rallentare l’evoluzione patologica, indipendentemente dalla certezza del risultato finale. È necessaria una dimostrazione della condotta colposa e del nesso causale tra l’azione od omissione dei sanitari e la diminuzione delle probabilità di un esito favorevole.»

Trib. Palmi, sent. 21/11/2024, n. 746

Due elementi vanno quindi provati: la condotta colposa dei sanitari (l’errore, il ritardo, l’omissione) e il nesso causale tra quella condotta e la riduzione delle probabilità di un esito favorevole. Non occorre dimostrare che senza l’errore il paziente sarebbe certamente sopravvissuto: basta provare che è stata sottratta una possibilità concreta e apprezzabile.

Come si quantifica il risarcimento

Qui sta la differenza pratica più importante. Poiché si risarcisce una probabilità perduta e non il danno finale, la liquidazione non è “piena”: il danno viene risarcito in percentuale rispetto al pregiudizio che si sarebbe avuto se l’esito infausto fosse stato direttamente imputabile ai sanitari. Nel caso deciso dal Tribunale, la chance è stata liquidata nella misura del 3% del danno parentale pieno.

Questa logica taglia in entrambe le direzioni. Per il paziente o i familiari, significa che anche senza la prova certa del nesso con la morte resta uno spazio di tutela. Per la struttura sanitaria, significa che — quando l’incidenza causale è incerta — la pretesa va correttamente riqualificata come perdita di chance, con un risarcimento molto più contenuto rispetto a quello chiesto a titolo di danno da morte.

Perché conta la differenza tra “danno da morte” e “perdita di chance”

La distinzione non è teorica. Domandare il risarcimento del danno da morte quando manca la prova del nesso causale secondo il criterio del “più probabile che non” espone al rigetto. Inquadrare correttamente la vicenda come perdita di chance, invece, può consentire un ristoro proporzionato alla reale possibilità sottratta. È un inquadramento tecnico che incide in modo decisivo sull’esito e sul quantum, e che va valutato caso per caso, alla luce delle consulenze medico-legali.

Conclusioni

La perdita di chance di sopravvivenza è uno strumento di equilibrio: riconosce tutela quando una possibilità concreta è stata sottratta, ma misura il risarcimento sulla probabilità effettivamente perduta. Conoscerne i presupposti — condotta colposa, nesso causale con la riduzione delle probabilità, liquidazione percentuale — è essenziale sia per chi agisce sia per chi si difende.

Hai dubbi su un caso di responsabilità medica? Lo Studio Legale Massafra valuta, con il supporto medico-legale, se ricorrano gli estremi del danno alla salute o della perdita di chance.