Retribuzione di posizione nel pubblico impiego: cosa può davvero ottenere il dipendente in giudizio

La retribuzione di posizione è uno dei temi più contenziosi del pubblico impiego: il dipendente titolare di posizione organizzativa ritiene che la “pesatura” del proprio incarico sia ingiusta — magari peggiorata dopo una riorganizzazione — e si rivolge al giudice per ottenere l’importo che ritiene dovuto. Una recentissima ordinanza della Cassazione spiega perché questa strada, impostata così, è quasi sempre destinata al fallimento. E qual è invece la strada giusta.

Il caso: la riorganizzazione che riduce l’indennità

La vicenda decisa dalla Suprema Corte nasce in un Comune siciliano: una dipendente di categoria D, dopo la soppressione di un ufficio e la riassegnazione delle funzioni, si vede attribuire una retribuzione di posizione inferiore rispetto alla pesatura originaria. Il Tribunale le dà ragione, condannando l’ente al pagamento delle differenze retributive. La Corte d’appello ribalta la decisione. La Cassazione conferma il rigetto della domanda.

Il principio: il giudice non può sostituirsi all’amministrazione

La massima della pronuncia fissa il punto con chiarezza:

«Nel pubblico impiego contrattualizzato, la graduazione della retribuzione di posizione connessa alle posizioni organizzative costituisce espressione di discrezionalità datoriale e, in quanto tale, è sindacabile dal giudice ordinario solo nei limiti del rispetto delle regole procedimentali e degli obblighi di correttezza e buona fede (ivi compreso il divieto di intenti discriminatori o ritorsivi e di scelte irragionevoli). In tale ambito, il lavoratore può domandare la rinnovazione della procedura valutativa o il risarcimento del danno, ma non può ottenere in via giudiziale la diretta attribuzione o quantificazione della retribuzione di posizione in sostituzione delle determinazioni dell’amministrazione, salvo che questa abbia rigidamente predeterminato punteggi e criteri oggettivi vincolanti.» (Cass. civ., Sez. lavoro, ord. 20/05/2026, n. 15432 — massima redazionale)

La “pesatura” delle posizioni organizzative — cioè la graduazione del valore economico di ciascun incarico tra il minimo e il massimo del CCNL — resta una scelta discrezionale del datore di lavoro pubblico. Il giudice può verificarne la legittimità, ma non può rifare la pesatura al posto dell’ente.

Cosa può contestare il dipendente pubblico sulla retribuzione di posizione

Attenzione, però: discrezionalità non significa arbitrio. La stessa ordinanza, richiamando il precedente di Cass. n. 26615/2019, ricorda che la graduazione «può essere sindacata dal giudice unicamente sotto il profilo del rispetto delle regole procedimentali cui l’esercizio del potere è subordinato, nonché degli obblighi di correttezza e buona fede, i quali implicano il divieto di perseguire intenti discriminatori o ritorsivi e di determinarsi sulla base di motivazioni non ragionevoli» (Cass. civ., Sez. lavoro, ord. 20/05/2026, n. 15432 — passo della motivazione, riportato parzialmente).

Il dipendente può quindi contestare la pesatura quando l’ente ha violato le regole procedimentali previste (contrattazione, criteri, motivazione), quando la scelta è irragionevole o immotivata, oppure quando nasconde un intento discriminatorio o ritorsivo.

I rimedi giusti: rinnovazione della procedura o risarcimento

Qui sta l’errore strategico più frequente. Chi chiede direttamente al giudice la condanna dell’ente al pagamento della retribuzione di posizione “piena” chiede qualcosa che il giudice — salvo il caso di punteggi fissi e criteri rigidamente predeterminati — non può dare. I rimedi corretti sono altri: l’azione di esatto adempimento per ottenere la ripetizione della procedura valutativa, oppure la domanda di risarcimento del danno.

Nel caso deciso, la lavoratrice aveva chiesto «direttamente l’ottenimento dell’importo di denaro reclamato in relazione ad una graduazione delle funzioni pregressa e superata da due successive riorganizzazioni» (passo della motivazione): per questo la domanda è stata respinta, con condanna alle spese.

Cosa significa per dipendenti ed enti locali

Per il dipendente pubblico la lezione è che l’impostazione della domanda decide l’esito: lo stesso identico fatto (una pesatura ingiusta) può portare alla vittoria o alla soccombenza a seconda del rimedio azionato. Per gli enti locali, specularmente, la pronuncia conferma che le riorganizzazioni reggono in giudizio solo se il procedimento è corretto, motivato e coerente: è lì che si gioca la partita.

Sei un dipendente pubblico e ritieni ingiusta la pesatura della tua posizione organizzativa? O amministri un ente e devi gestire una riorganizzazione? Contatta lo Studio Legale Massafra: individueremo il rimedio corretto prima di agire.