L’ambiente di lavoro stressogeno può dare diritto al risarcimento del danno anche quando non c’è mobbing. È questo il principio, ormai consolidato, che la Corte di Cassazione ha ribadito con due pronunce recenti, destinate a cambiare il modo in cui molti lavoratori guardano alla propria situazione in azienda.
Per anni chi subiva turni massacranti, pressioni continue, reperibilità senza limiti o un clima aziendale logorante si è sentito rispondere: “Non è mobbing, quindi non hai diritto a nulla”. Oggi non è più così.
Con l’ordinanza del 4 gennaio 2025, n. 123, la Sezione lavoro della Cassazione ha affermato un principio netto:
«Sussistono le responsabilità dei datori di lavoro che consentano al proprio interno lo svilupparsi di un ambiente di lavoro stressogeno, pur in assenza di condotte ascrivibili alla fattispecie del c.d. mobbing.» (Cass. civ., Sez. lavoro, ord. 04/01/2025, n. 123)
Il principio è stato poi sviluppato in modo ancora più completo dall’ordinanza del 1° dicembre 2025, n. 31367:
«In tema di responsabilità datoriale, ove non sia configurabile una condotta di mobbing, per l’insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare la pluralità continuata di comportamenti pregiudizievoli, può pur sempre essere ravvisabile la violazione dell’art. 2087 cod. civ. nel caso in cui il datore di lavoro consenta, anche colposamente, il mantenersi di un ambiente stressogeno fonte di danno alla salute dei lavoratori ovvero ponga in essere comportamenti, anche in sé non illegittimi, ma tali da poter indurre disagi o stress, che si manifestino isolatamente o invece si connettano ad altri comportamenti inadempienti, contribuendo ad inasprirne gli effetti e la gravità del pregiudizio per la personalità e la salute latamente intesi. Ne consegue che una situazione di stress può rappresentare fonte di risarcimento del danno subito dal lavoratore, ove emerga la colpa del datore di lavoro nella contribuzione causale alla creazione di un ambiente logorante e determinativo di ansia come tale causativo di pregiudizio per la salute.» (Cass. civ., Sez. lavoro, ord. 01/12/2025, n. 31367)
Il mobbing richiede una serie di condotte persecutorie unificate da un intento vessatorio: è difficile da provare, perché bisogna dimostrare il “disegno” persecutorio del datore o dei colleghi.
Lo straining è una forma attenuata: anche singole azioni ostili (un demansionamento, un trasferimento punitivo) che producono effetti duraturi di stress.
L’ambiente di lavoro stressogeno è la categoria più ampia: non serve alcun intento persecutorio. Basta che il datore di lavoro, anche solo per colpa — cioè per negligenza, per non aver vigilato — abbia tollerato condizioni di lavoro logoranti che hanno causato un danno alla salute del lavoratore.
Il fondamento è l’art. 2087 del codice civile, che obbliga l’imprenditore ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare «l’integrità fisica e la personalità morale» di chi lavora.
Attenzione: il risarcimento non è automatico. Chi agisce in giudizio deve dimostrare tre elementi: le condizioni di lavoro stressogene (turni, carichi, pressioni, clima — con documenti, messaggi, testimonianze), il danno alla salute (certificazioni mediche, perizia medico-legale) e il nesso tra le due cose. La colpa del datore di lavoro nella creazione o tolleranza dell’ambiente logorante completa il quadro.
Per questo è fondamentale muoversi con metodo: raccogliere la documentazione fin da subito e farsi assistere da un legale esperto di diritto del lavoro prima di intraprendere qualsiasi iniziativa.
La salute — fisica e psichica — non è un costo del lavoro: è un diritto che l’ordinamento protegge anche quando non c’è un “persecutore” riconoscibile, ma solo un’organizzazione che logora chi ci lavora dentro.
Hai vissuto o stai vivendo una situazione di stress lavorativo che ha inciso sulla tua salute? Contatta lo Studio Legale Massafra per una valutazione del tuo caso: analizzeremo insieme la documentazione e le concrete possibilità di tutela.